Il Settimo Senso news
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Last Access: 2019-06-27 08:59:03  
02/2014
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id: 809
Rubrica: Recensioni teatrali
Redattore: Rossella Monaco

Titolo: FOTOFINISH

 

“CRISTOFOLLIA”

Se Cristo potesse scendere dalla croce, dove è stato immortalato in aeternum con un’arcaica fotofinish servita a catturare l’attimo in cui rende le sacre spoglie, realizzerebbe in fretta come quella croce è il modo più trash e commerciale di istituzionalizzare il dolore a beneficio del dominio sul gregge devoto. Abituarsi alla sofferenza rende più piacevole l’empireo (un paradiso che ormai potrebbe già essere tutto cementificato, lottizzato e dato in pasto ai più furbetti). Conserviamo dunque, il simbolo cristiano nelle scuole e nei vari istituti, affinché sia più facile prendere confidenza sin da piccoli col nostro futuro. Per Nietzsche, Dio è il più grosso errore dell’uomo, per Rezza diventa la sua più grande invenzione. Per Nietzsche, Dio è un crimine contro la vita, e deve morire perché l’uomo viva. Rezza nella sua performance si accontenta di meno. Dando l’idea di essere balzato giù da una croce invisibile, fonde due entità in una: il cattivo ladrone e il buon pastore, lo sguardo maligno e quello ingenuo, la meschinità e la generosità. Il Rezza-Doppio ci mostra, svelandola in tratti essenziali, una realtà semplice e mostruosa, la stessa realtà con la quale interagiamo tutti i giorni. Ci delizia servendoci su un piatto di sacre tavole un mondo pasoliniano, iconoclasta, farsesco e comicamente cattivo. Un mondo pieno di mostri, una dimensione che l’occhio del santo, dell’attore puro, trasfigura, sublimandola in poesia urbana. Allora i loschi figuri, i personaggi evasi dall’inferno di Bosch, diventano bonaccioni e si fanno amare per la loro tenera spontaneità. Fino a quando il cattivo ladrone prende il sopravvento e cerca una complicità inquietante con il pubblico. Vorrebbe renderlo partecipe di alcune azioni teatralmente malvagie portando alla luce il kapò nascosto nel potenziale umano.

Tutto questo si sposta nello spazio scenico tracciando un circolo incessante e vizioso, è come se una forza centrifuga premesse sugli eventi e l’energia Rezziana vibrasse all’interno di un teatro-frullatore, un contenitore dove i personaggi s’inseguono senza mai raggiungersi: la solitudine in gara con se stessa. A questa sfida di velocità prendono parte: dottori svogliati, suore sadiche, militari e guerrafondai, dita falliche di politici impotenti e proprio per questo politici, “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, Cristi multati perché in due sulla croce e magari senza casco, nane ermafrodite, ospedali e/o case ambulanti, i finti-vivi. “Siete morti e non ve ne accorgete!” Esclama Rezza al pubblico, e la corsa continua anche se i finti-cadaveri sono immobilizzati per terra. Si corre per contrastare l’incedere del tempo? Per superare la velocità della luce e quindi annientare la morte stessa? Ci si fa l’idea che Antonio Rezza vorrebbe amarla la morte, perfino possederla sessualmente, per esorcizzarla. E’ un viaggiatore instancabile, replica dopo replica, è un grande artista, un comico magistrale e surreale, un geniale osservatore dei vizi umani.



“E non hanno saputo amare il loro dio, se non crocifiggendo l’uomo!
Si proposero di vivere come cadaveri, di panni neri vestirono il loro cadavere; anche i loro discorsi sanno per me l’aroma cattivo dell’obitorio.” *

Teatro VASCELLO
FOTOFINISH (mai) scritto da Antonio Rezza.
Regia di Flavia Mastrella, Antonio Rezza.
Con: Antonio Rezza e con Armando Novara.
Allestimento scenico: Flavia Mastrella.




di
Rossella Monaco





 

*citazione da “Così parlò Zarathustra”

 

 

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