Il Settimo Senso news
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02/2014
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Rubrica: Pillole di letteratura
Redattore: Antonio Timoni

Titolo: GIUSEPPE GIOACHINO BELLI

Nuova pagina 1



Giuseppe Francesco Antonio Maria Gioachino Raimondo Belli (Roma, 7 settembre 1791 – Roma, 21 dicembre 1863) è stato un poeta italiano che dipinse il degrado del popolo romano e i vezzi del clero. Di famiglia modesta, nel 1798 alla proclamazione della Repubblica dei Francesi, i Belli sono costretti, per ragioni politiche, a riparare a Napoli; a Roma, intanto, vengono confiscati i beni di famiglia. Caduta la Repubblica Romana, a risarcimento dei danni subiti, Pio VII offrì a Gaudenzio Belli, papà di Gioacchino, un incarico ben remunerato a Civitavecchia. Tornato con la famiglia a Roma, dopo due anni ed esattamente il 25 marzo 1802 perse il padre Gaudenzio in seguito a un'epidemia di colera. All’età di tredici anni fu mandato a scuola dai gesuiti al Collegio Romano, ma morta anche la madre nel 1807 venne ospitato dagli zii paterni e costretto ad abbandonare il collegio che frequentava dal 1804, lasciando così incompiuti gli studi ed ottenendo modesti impieghi privati e pubblici. Intorno al 1810 iniziò la sua carriera letteraria e fondò con altri l’Accademia Tiberina.
All’età di venticinque anni sposò senza amore una ricca vedova, Maria Conti, dalla quale ebbe un unico figlio, Ciro; raggiunta così una buona agiatezza, poté dedicarsi con maggiore impegno agli studi e alla poesia. Intraprese anche numerosi viaggi, a Venezia (1817), a Napoli (1822), a Firenze (1824) e a Milano (1827-1828-1829), stabilendo contatti con diversi ambienti culturali. Nel 1828 si dimise dalla Tiberina e dopo la morte della moglie (1837), ripiombò in gravi problemi economici e morali.


Dopo avere conosciuto Carlo Porta, il più famoso poeta in dialetto milanese, cominciò anche lui a scrivere in dialetto, naturalmente in quello che gli era più familiare e cioè il dialetto di Roma. Fra il 1827 e il 1863, anno della sua morte, scrisse più di duemila sonetti che, nelle sue intenzioni, dovevano diventare "un monumento alla plebe" della Roma papalina dell'Ottocento: i temi delle sue composizioni erano numerosi, talvolta biblici, altre volte legati alla quotidianità, altre volte ancora di piccola filosofia della vita, altre volte veri e propri scherzi. Il dialetto però li rendeva sempre fortemente espressivi e coloriti. Prima di morire, affidò i manoscritti dei Sonetti romaneschi all’amico monsignore Vincenzo Tizzani con l’incarico di bruciarli perché non corrispondevano più ai suoi reali sentimenti; il prelato però li conservò e, dopo la morte del poeta avvenuta il 21 dicembre 1863 per un 'improvviso colpo apoplettico, li consegnò quasi integralmente, al figlio.
I Sonetti sono la sua opera maggiore; si tratta di una raccolta di 2279 sonetti in romanesco, composti per la maggior parte in due fasi:
1830-1837 (1867 sonetti) e 1842-1847 (412 sonetti). Da vivo il poeta ne vide stampati soltanto 23, ma uno solo con il suo consenso, “Er padre e la fijja”; un’ampia scelta (786), insieme a poesie in lingua, le pubblicò il figlio Ciro.
La parte dei Sonetti che ha fatto grande il Belli, nulla ha in comune con la tanta letteratura dialettale; lui scelse la vita del popolo come soggetto della sua opera, perché in una società, come quella romana del tempo, senza sbocchi culturali, dominata dalla corruzione e dall’ipocrisia, il popolano gli appariva l’unico depositario della verità ed è anche il motivo per cui non ho inserito il Belli quando ho parlato della poesia dialettale.

La discesa nel personaggio “popolo”, comportava naturalmente l’adozione totale della sua parlata, implicando anzitutto la condanna del lungo esercizio letterario svolto all’Accademia Tiberina. La scelta del romanesco, inoltre, era tutt’altra cosa dalla scelta del meneghino, del veneziano o del napoletano, parlate comuni a tutti gli strati di quelle rispettive società e quindi capaci di esprimere ogni tipo di contenuti, popolari e borghesi. Il romanesco, per un insieme di ragioni storiche, era invece usato soltanto dalla povera gente ed il Belli come nessun altro scrittore realista italiano, attuò in pieno questo modo di esprimersi, riuscendo a decifrare, nei Sonetti romaneschi, un’intera realtà quanto mai varia e contraddittoria, attraverso le gesta del popolo romano.
Quantitativamente superiore a quella in dialetto, ma di scarso rilievo, la sua produzione poetica in lingua.
L’edizione completa in tre volumi è uscita soltanto nel 1975 con il titolo “Belli italiano”; più interessanti sono l’Epistolario (Lettere, 2 volumi 1961); “Lettere a Cencia”, 2 volumi (1973-74) e lo Zibaldone ( pubblicato in minima parte nel 1962).




 

Qui di seguito un suo breve sonetto:

La bocca de la verità

In d'una chiesa sopra a 'na piazzetta
Un po' ppiù ssù de Piazza Montanara
Pe la strada che pporta a la Salara,
C'è in nell'entrà una cosa benedetta.

Pe ttutta Roma quant'è larga e stretta
Nun poterai trovà cosa ppiù rara.
È una faccia de pietra che tt'impara
Chi ha detta la bucìa, chi nu l'ha detta.

S'io mo a sta faccia, c'ha la bocca uperta,
Je ce metto una mano, e nu la striggne
La verità da me ttiella pe certa.

Ma ssi fficca la mano uno in bucìa,
Èssi sicuro che a tirà né a spiggne
Quella mano che lì nun viè ppiù via.
 

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