Il Settimo Senso news
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Last Access: 2019-07-16 14:36:03  
02/2014
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Rubrica: Pillole di letteratura
Redattore: Antonio Timoni

Titolo: Gli scrittori vociani - CAMILLO SBARBARO

Con Camillo Sbarbaro si chiude la parentesi dedicata agli scrittori vociani che nei primi anni del Novecento si distaccarono dalle suggestive atmosfere del Liberty per intraprendere un’esperienza improntata sull’impegno morale (da qui la loro definizione di moralisti ) e sull’attenzione alle attività concrete della vita.
Camillo Sbarbaro nacque a Santa Margherita Ligure il 12 gennaio 1888; molto legato al padre Carlo, ingegnere e militare a riposo, a cui dedicherà due note poesie nella sua seconda raccolta di versi “Pianissimo”, perse nel 1983, all’età di cinque anni, la madre Angiolina ammalata di tubercolosi, tanto che sia lui che la sorella Clelia, vennero accuditi dalla sorella maggiore Maria a cui Camillo era molto affezionato e alla quale dedicherà le poesie di “Rimanenze”. Dopo un breve soggiorno a Vaze, nel 1894 la famiglia di trasferì a Varazze, dove Camillo frequentò le scuole fino al ginnasio; nel 1904 si spostò a Savona, iscrivendosi al liceo Gabriello Chiabrera e qui conobbe lo scrittore Remigio Zena che lo incoraggiò ad iniziare la sua attività poetica.


Nel 1908, dopo aver conseguito il diploma, Sbarbaro trovò lavoro presso la Società Siderurgica di Savona, poi incorporata nell’Ilva di Genova (1911), che lo costrinse a trasferirsi nel capoluogo ligure. Nello stesso anno avvenne però il suo esordio di poeta con la raccolta “Resine” e negli anni a seguire le sue poesie apparvero su diverse riviste letterarie come “La Riviera Ligure”, “Lacerba” e “La Voce”. Nel 1914, con la dedica “A mio padre”, pubblicò con grande successo a Firenze per conto de “La Voce” la raccolta “Pianissimo”, i cui testi davano l’dea di un’angoscia che non trovava conforto, di un tormento esistenziale segnato da una rassegnazione dovuta all’indifferenza della gente. Conobbe molti artisti legati alla rivista “La Voce” tra cui Papini, Campana, Soffici e Boine.
Quando l’Italia entrò in guerra , Sbarbaro decise di abbandonare il lavoro e si arruolò nella Croce Rossa italiana, per poi partire per il fronte nel luglio del 1917 dove alternò la vita militare e quella letteraria e proprio in quel tempo scrisse le prose più belle di “Trucioli”, raccolta pubblicata nel 1920 a Firenze da Vallecchi.

Fece la conoscenza di Eugenio Montale che aveva molto apprezzato la sua opera, definendolo uomo colto, di poche ma fedeli amicizie, fermamente convinto che la vita fosse più importante della letteratura e che a conti fatti la sua vita fosse quella di un uomo riuscito e forse anche di un uomo felice e che nel 1925, dedicherà proprio a lui “Ossi di seppia”.
Nel 1919 “La Riviera Ligure” gli dedicò interamente il suo ultimo fascicolo; nel frattempo Sbarbaro aveva abbandonato definitivamente il lavoro guadagnandosi da vivere con ripetizioni di latino e greco e appassionandosi sempre di più alla botanica, ma soprattutto alla raccolta e allo studio dei licheni ed oggi la sua straordinaria collezione è divisa tra Musei e Università americane.

Dopo aver collaborato con alcune riviste liguri, Nel 1927 Sbarbaro iniziò ad insegnare greco e latino all’istituto genovese Ariecco dei padri Gesuiti, ma essendosi rifiutato di iscriversi al Fascismo, fu costretto ben presto a lasciare l’incarico. Nel 1928 pubblicò il volume “Liquidazione” contenente alcune tra le prose scritte nel dopo guerra, continuò lo studio e la raccolta dei licheni e nello stesso anno vendette a Stoccolma il suo primo erbario di muscinee.
Viaggiò molto, soprattutto all’estero, e nel 1933 cominciò a collaborare alla Gazzetta del Popolo di Torino, scrivendo nel frattempo anche un nuovo libro “Calcomanie”, che venne ampiamente censurato dal regime fascista e che uscì nel 1940 in versione dattiloscritta solo per alcuni amici.

In seguito al bombardamento di Genova avvenuto il 9 febbraio 1941, si trasferì a Spotorno con la sorella e la zia fino al 1945, dedicandosi alla traduzione di testi classici greci e francesi. Nel 1945 tornò a Genova per pochi anni finché non si stabilì definitivamente a Spotorno nel 1951; furono gli anni della sua collaborazione con numerose riviste quali “Officina”, “Letteratura”, “Ausonia” e “Il Mondo”. In questo secondo dopoguerra, Sbarbaro vinse i suoi primi premi letterari (il Saint-Vincent nel 1949, l’Etna - Taormina nel 1955) ed iniziò a revisionare e ripubblicare le sue opere: nel 1948 Mondadori fece uscire una nuova edizione di “Trucioli” (poi riediti nel 1963) e Neri Pozza ripubblicò “Pianissimo” nella versione originale del 1914.

Il 1955 fu l’anno anche dell’uscita di “Rimanenze” che raccolse le sue ultime poesie.
La sua poesia fu accostata a due grandi poeti del tempo come Pascoli e Leopardi con cui condivise il sentimento di profondo dolore nei confronti della vita, anche se Sbarbaro non pianse i sogni perduti, le illusioni tradite e il desiderio di ciò che non era possibile possedere.
Dopo un periodo segnato da profonde depressioni, lo stato di salute di Sbarbaro si aggravò ulteriormente tanto da ricoverarlo all’ospedale S. Paolo di Savona, dove lo colse la morte il 31 ottobre del 1967.



 

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