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Centoquattro
voli internazionali, un milione e 200 mila km: il Papa globe-trotter
sulle orme di Pietro. Ovunque, meno che in Russia e in Cina. Viaggiatore
instancabile, pastore del gregge mondiale, Papa globe-trotter: questi
sono alcuni degli appellativi che Giovanni Paolo II ha collezionato
durante il suo lungo pontificato.
E
che forse racchiudono più di tutti l'essenza della sua missione. Il
continuo viaggiare è, infatti, l'aspetto che contraddistingue Wojtyla
dai suoi predecessori. La partenza è per il Santo Padre un compimento
dell'opera di San Pietro, la manifestazione dello spirito evangelico e
missionario, la voglia di portare avvicinare la Chiesa ai fedeli di
tutto il mondo. Ed è proprio con questo spirito che, appena cento giorni
dopo l'elezione, il Papa vola per la prima volta oltre confine, in
Messico a Puebla de los Angeles. Una scelta non casuale: Karol ha scelto
il Sud America per avvicinarsi alle popolazioni più deboli e prendersene
cura.
Da
allora, Wojtyla ha percorso oltre un milione e 200 mila chilometri,
circa 31 volte il giro del mondo, più di tre volte la distanza tra la
Terra e la Luna. Ha baciato il suolo di 129 paesi e visitato oltre 600
località differenti, pronunciando 2.400 discorsi a folle immense di
fedeli. In totale, ha compiuto 104 viaggi all'estero, trascorrendo oltre
un anno e mezzo fuori dall'Italia (543 giorni). "Cristo non ci ha detto
'Sedete in Vaticano', ma ci ha detto, di andare in tutto il mondo" con
queste parole Giovanni Paolo II ha spiegato il suo instancabile cammino
per il mondo, parlando a tavola con i vescovi italiani, il 10 dicembre
1994, a Loreto. Il suo messaggio si è arricchito di importanti
significati in occasione del suo secondo viaggio: il Pontefice vola
proprio verso la sua Polonia e in molti hanno visto in questo la
sconfitta del comunismo. Giovanni Paolo II raccoglie folle acclamanti
che in trent'anni di regime comunista nessuno pensava potessero
esistere. E durante il discorso agli operai di Nowa Huta, Wojtyla parla
del valore morale dell'uomo, che non deve essere considerato solo come
semplice mezzo di produzione. Le parole anticipano e in un certo senso
accelerano, l'arrivo di Solidarnosc. Ma il viaggio in Polonia segna
un'altra tappa fondamentale: la messa che il Papa celebra ad Auschwitz,
che non esita a definire "il Golgota del mondo contemporaneo". Da qui
prende il via quella che sarà un'analisi attenta della Shoah che culmina
nel viaggio più emozionante, difficile e significativo di tutto il suo
pontificato. Nel 2000, in occasione del Giubileo, Karol Wojtyla visita
la Terra Santa, pregando nei luoghi sacri e macchiati di sangue, dove da
millenni si scontrano Oriente e Occidente, l'Islam e la Cristianità.
È il viaggio dei viaggi,
tanto atteso sin dall'inizio del suo pontificato. "Nazaret, Betlemme,
Gerusalemme. Finora ho viaggiato attraverso il mondo, ma alla fine si
deve arrivare nei luoghi sacri, nella terra di Gesu" ha detto ai
giornalisti nel 1994, spiegando le sue intenzioni. Non si sottrae ai
“mea culpa”: Wojtyla ammette apertamente che è stato l'odio cristiano ad
alimentare l'antisemitismo. Il Papa ha fortemente voluto il
riconoscimento vaticano dello stato d'Israele come segno di gioia per la
patria ritrovata dal 'popolo errante'. Ma in Terra Santa c'è anche un
altro popolo che non ha ancora una casa e da quarant'anni vaga nel
deserto, preda della disperazione e del terrorismo. Un altro popolo in
schiavitù che attende la sua terra promessa, i palestinesi e anche per
loro il Papa spenderà indimenticabili parole. E poi ancora, nel 1987 in
Sud America, per quello che sarà uno dei viaggi più lunghi in Uruguay,
Cile e Argentina e nel novembre 1986 in Estremo Oriente (Bangladesh,
Singapore, Figi, Nuova Zelanda, Australia e Seychelles).
I viaggi internazionali
sono stati in media quattro all'anno. L'hanno portato a visitare ben 38
paesi dell'area europea (persino nel Liechtenstein, in Armenia, a Malta
e nel vicino San Marino). Ha viaggiato in lungo e in largo per 28 stati
americani, dal Canada al Venezuela, dagli Stati Uniti all'Argentina. È
stato 12 volte in Africa, 7 in Asia e Oceania.
Ha potuto visitare Paesi
che gli restarono a lungo proibiti: la Cecoslovacchia (vi andò
nell'aprile del 1990, appena caduto il muro), l'Albania (1993), la
Lituania, la Lettonia e l'Estonia (1993), l'Africa del Sud (1995),
Sarajevo (1997) e Beirut (1997). Solo la Russia e la Cina hanno sempre
proibito al Papa di entrare nei loro confini. Un esempio non seguito da
Fidel Castro, che nel 1998 abbracciò il Papa a L'Avana in una delle
visite più importanti e seguite del suo pontificato.
A cura di:
Elisabetta Darsi |