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Last Access: 2019-01-18 21:58:24  
02/2014
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id: 472
Rubrica: Recensioni teatrali
Redattore: Rossella Monaco

Titolo: Cani di bancata

TEATRO PALLADIUM

CANI DI BANCATA testo e regia Emma Dante
Con: Manuela Lo Sicco, Antonio Puccia, Salvatore D’Onofrio, Sandro Maria Campagna, Carmine Maringola, Sabino Civilleri, Michele Riondino, Alessio Piazza, Fabrizio Lombardo, Ugo Giacomazzi, Stefano Miglio.

“cani di scanno, cerberi mafio-politici che si masturbano sull’Italia dei non-valori”.

I politici sono mafiosi?
No, sono i mafiosi che sono politici.
Emma Dante ribalta il punto di vista, rovescia l’occhio, ci fa vedere uno spettacolo sottosopra, ce ne rendiamo conto alla fine, quando mostra l’Italia capovolta, con la Sicilia in testa, una Trinacria piramidale, libera dal continente, come un cargo pirata minaccioso, pronto ad attaccare, come un cappello da calzare fino a coprire gli occhi, le orecchie, la bocca… la piramide si ripete nell’impalcatura mobile sistemata sul fondo della scena, dove siedono i figli di mammasantissima, è uno scheletro, un’ossatura di legno di forma triangolare, gerarchicamente intercambiabile, è la cupola di cosa nostra, ma anche, visto il legame viscerale della mafia con la chiesa, la santissima trinità. Tre. Un numero, una formula, uno e trino, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, dove lo Spirito santo più che una colomba leggiadra è il morto ammazzato. Persino le teste di Cerbero, modello esemplare di cane di bancata avvezzo alle cose dei morti in quanto feroce guardiano dell’oltretomba, sono tre. Emma Dante però introduce ambiguamente il quarto elemento. Il gioco è sottile, la Madre, la Grande Dea è in procinto di rivelarsi, si nasconde dietro l’idea di “mamma” escogitata dagli “uomini d’onore” per sottolineare la funzione protettrice della mafia e intensificare il vincolo fraterno che lega gli affiliati. Uomini-patriarchi, incapaci di generare la vita ma abili nel provocare la morte, partoriscono una mamma-feticcio fatta a loro stessa immagine e crudeltà. Si “aggiustano” una genitrice che detta leggi maschili, che ama la guerra, l’assassinio, il potere. Da questo ibrido spaventoso emerge Lilith, il volto nascosto e temuto della femminilità. “Nel nome del Padre, del Figlio, della madre…” la vera donna selvaggia, istintuale e salvifica è invocata ed evocata dall’autrice, e “liberaci dal padre” è la frase chiave dello spettacolo. Nella preghiera il padre è sinonimo di male. L’orazione è divenuta una supplica rivolta alla Dea, una richiesta d’aiuto contro la mistificazione e lo strapotere maschile. “Liberaci dal padre” è ancora, una richiesta di libertà, di emancipazione da millenni di sottomissione, una necessità di affrancamento da codici regolati da “padri padroni” interconnessi tra loro.


La Grande Madre sorta dalle spoglie del feticcio-banditesco in una specie di seduta spiritica, di possessione demoniaca, fatta di sangue e saliva, (sembra una fontana vivente sputante e sbavante) si diverte a ridicolizzare gli adepti del sistema, prima li scompagina, poi li fa prostrare, loro, che sono uomini di rispetto, li rende colorati con cappelli da donna, li fa sfilare alla stregua di mannequin, loro, che odiano ogni mollezza e femminilità, e per questo ostentano la minchia esercitando un tic imperituro che li costringe a camminare spostando con gesto secco e sterile il ventre in avanti.
Lilith nascosta sotto il pelo di cagna è una lupa selvatica, è primitiva e passionale, superba e ringhiante, una fiera che getta il cibo ai suoi figli cani e sbeffeggiandoli li rende partecipi di un banchetto arcaico, li fa cibare delle membra del capro espiatorio santificato col beneplacito dell’eucaristia. La storia si ripete, si consuma senza nulla imparare da se stessa. Continuo è il gioco al massacro ma indistruttibili i cani di bancata.
Nell’artificio teatrale, dove tutto è finzione, stavolta i mafiosi appaiono per quello che sono. Niente glamour hollywoodiano, semplice realtà: sono grevi, idioti, infantili, crudeli, viscidi, meschini, disgustosi, e non sono altro che politici, finanzieri, dottori, ecclesiastici, governatori, tutti usurpatori avidi fino al massacro. Nel paniere Emma Dante ci fa cadere anche l’uomo comune, l’ennesimo capro.

Pare un piccolo e timoroso personaggio dostoevskijano, un ometto omertoso pronto a non vedere (usa lenti spesse che gli obnubilano la vista), e a non sapere, ma è costretto a vedere e a sapere e per questo verrà sacrificato.
Poi riemerge l’ectoplasma generato dal complesso edipico dei “bravi ragazzi”, la Grande Madre svanisce e il feticcio-mamma è di nuovo padrone della scena. Questa volta mammasantissima, come una menade rabbiosa, ha rovesciato e fatto a pezzi l’Italia: ai “cani d’onore” non rimane che sbranare.
Di nuovo il potere agli uomini. Di nuovo il femminile soggiace.
In un concerto finale di masturbazione collettiva, lo sperma “maschile” marcherà i territori.

“Vedete? L’osso per la strada aspetta noi tutti. Ha l’odore delizioso cui un cane non sa resistere.”.



Emma Dante, autrice, regista, lupa che corre veloce, non si è fatta addomesticare. La sua capacità visionaria coinvolge e affascina, ci fa sentire a un passo dalla selva, in teatro si respira l’odore del sangue; gli attori, tutti bravissimi, danno corpo ai personaggi usando le viscere, il lato primordiale della loro natura umana. Manuela Lo Sicco, straordinario doppio, Grande-mammasantissima, è l’anima della regista, è la sua parte selvaggia e ferina che ci libera dal “padre”.




di Rossella Monaco


*Citazione di Clarissa Pinkola Estés

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