Il Settimo Senso news
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Last Access: 2019-08-18 19:43:18  
02/2014
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id: 463
Rubrica: Grandi Amori
Redattore: Nimue

Titolo: Amore straniero (parte terza)

Ero curioso, una tipa particolare. Aveva accettato di vedermi dopo una decina di righe di chat, forse lo faceva di mestiere, attrarre gli uomini sposati e ricattarli poteva essere un passatempo abbastanza redditizio, per una che non ha niente da perdere, con me era una battaglia persa già in partenza, la mia ultima moglie mi aveva lasciato appena i soldi per pagare la bolletta della luce, per tenere acceso il frigorifero.
Arrivai al parcheggio, cercai qualcuno in attesa, un rappresentante stava telefonando, una manager con la gonna spiegazzata dal viaggio in autostrada parlava ad alta voce al cellulare, chissà che faceva la gente prima che inventassero i telefonini?.. Una ragazza piuttosto piacente, occhiali neri, jeans, scarpe da ginnastica e maglietta bordeaux stava in piedi appoggiata all’auto, con la sigaretta accesa, capelli lunghi color mattone scuro. Mi avvicinai.
Le sorrisi prima di salutarla, c’era un alone lucente attorno al suo corpo, forse era il riflesso della sua Clio rossa.
- Ciao!
- Ciao!
Mi salutò buttando fuori il fumo dalla bocca.
- E’ tanto che aspetti?
Mi fece vedere la sigaretta appena accesa sorridendo nervosamente, nella tensione del primo incontro.
- Beh, direi di no. O apena acceso.
Parlava con quell’italiano strano degli stranieri dell’Est. Ancora non sapevo quanto avrei amato quel suo accento zingaresco.
La squadrai cercando di metterla in imbarazzo; un’occhiata indagatrice, profonda. Lei si guardava attorno, noncurante, dopo un pò mi scrutava negli occhi.


- Allora, o superato l’esame?
- Beh, non devo comprarti.
- E allora chè guardi tanto?
Il tono era deciso, ma sorrideva. Mi venne fuori la verità, stranissimo, a me, che non so nemmeno dove sta di casa la sincerità sul lavoro.
- Non mi aspettavo che fossi cosi bella.
Sorrise compiaciuta non del complimento, ma di essere riuscita a tirar fuori qualcosa da me che non fosse falso. Io ero stupito delle parole che avevano sentito le mie orecchie, non era da me fare il “provolone” sul posto di lavoro.
- Pèrche mi ai cercato? Cosa voi da me?
Era diretta e schietta, non trovavo un buco in cui nascondermi.
- Devo indagare su di te. Sono un investigatore privato
Mi stupivo di me, avevo voglia di fuggire, roba da ritiro della licenza, non sapevo che stregoneria quella mi avesse somministrato e con che mezzo l’avesse fatto, non avevamo bevuto niente, quindi niente droghe, siero della verità, o altre diavolerie. Questa qui aveva una marcia in più.
- Bravo, mi ai deto la verita. Imagino chi pò esere stato a ingagiarti, quelo stronzo sposato, sara stata la moglie.
- Scusami c’è la privacy.
- Sì, sì, tanto o capito tuto ora.
Sembrava seccata, il suo sguardo che si posava nei miei occhi ora si era spento, fu come quando viene un’eclissi totale di sole, il contorno delle cose perdeva piano, piano, significato. Mi sentii come quando, tanti anni fa la mamma mi abbandonò nella culla per una mezz’ora e, a detta dei vicini, urlavo all’impazzata. Ci volle tutta una notte a calmarmi, disse poi mia madre, ancora angosciata al ricordo.
- Perdonami…
Glielo dissi con un’angoscia sconosciuta dentro di me. Avevo già paura di perdere quello che non avevo mai avuto.
La ragazza mi osservava fra i capelli che le scendevano ai lati del volto. Sentii una vampata di calore penetrarmi negli occhi, scendere in profondità fino alle viscere per proseguire alle gambe e ai piedi e risalendo nel passaggio del rimbalzo, mi stava ripulendo di tutte le mie paure, insicurezze, sentimenti passati ammuffiti. Pian, piano che questa mi guardava, seria, senza proferir parola, mi stavo liberando di tutti i fantasmi che convivevano con me da mille generazioni.
- E’ il tuo lavoro, non ai da chiedere perdono, ma tu ai bisogno d’altro.

- E Mario Scarlitti?
- Quelo non conta, come non contano tuti gli altri, non conta niente, tuto questo, la vita, le case, le automobili, niente conta se ti manca l’essenziale.
- La sai lunga rumena…
Fece finta di prendersela.
- Eco vedi anche tu sei come tuti gli altri, razista con noi rumeni.
- Si, molto razzista con te…
Lo dissi mentre il mio viso nonostante tutti gli sforzi contrari che facevo, si avvicinava al suo volto di zingara. Arrivai a un centimetro dalle sue labbra, il suo alito mi fece quasi svenire mentre appoggiai le labbra sulle sue, forse era l’effetto di qualche droga mista a rossetto; non riuscivo a capacitarmi, forse era una vera strega dell’Est. Per un momento stette finalmente zitta, aprì la bocca per rispondere al bacio. L’alone luminoso che l’avvolgeva divenne accecante, un calore forte nacque d’incanto nel ventre, per risalire fino alla bocca, alla lingua che si contorceva con la sua, il liquido amniotico di noi due che ci baciammo sgorgò da tutti i pori della pelle inondandomi di una luce che sapeva di speranza. Lei se ne accorse, si staccò, con gli occhi e mi disse che ero suo. Anche lei era mia e questo era scritto da sempre, nessun’altra così prima, mai più nessuna cosi dopo. La sua voce ora era più dolce.
- Voi italiani pensate sempre e solo allavoro, alla familia, non vedete che c’è molto di più.

- Insegnami a vedere tutto questo! - Tu ce l'hai dentro te, basta solo che impari a vederlo.
- Allora lo cercherò specchiandomi nei tuoi occhi. Il tono della conversazione era diventato di un’intimità sconosciuta per uno scapestrato come me, che viveva nei bassi fondi di questa città, non mi riconoscevo più. La ragazza mi scrutò negli occhi con quel fare indagatore, che aveva un non so che di familiare, poi parlò. Disse solo:- Ok.
Così dicendo avvicinò il suo viso al mio, le sue labbra erano umide di lei, quando le pose sulle mie sapevo perfettamente che per me era finito tutto quello che apparteneva al passato. Stavo venendo al mondo ora, in quel 20 settembre di quel 2008, alle ore 15.32. Sapeva baciare in una maniera dolcissima e la dolcezza si trasformava rapidamente in desiderio inarrestabile, ondate di piacere che ti entrano dalla bocca e che esplodono all’interno in ogni parte del corpo.
Sì, indubbiamente la ragazza ci sapeva fare.
Mi parlò di lei, del suo lavoro di impresaria, dei suoi uomini, delle nostre conoscenze in comune, di come sono ora, di com’ero solo pochi anni fa, quando io e l’alcool eravamo amici inseparabili, passammo il pomeriggio fra un bacio ed una chiacchiera, mentre spariva tutto intorno a noi.
Lentamente stava finendo il giorno, mentre tutto acquistava finalmente significato.

(Per gentile concessione di Roberto Ferrari)


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