
PILLOLE DI LETTERATURA
GLI SCRITTORI VOCIANI – GIOVANNI PAPINI
Giovanni Papini nasce a Firenze nel 1881, spirito inquieto e acceso polemista,
sin dall’infanzia manifestò la tendenza a sfuggire a qualsiasi schema; promosse
moti culturali ed impersonò ansie ed aspirazioni di rinnovamento spirituale,
influendo in modo profondo sul nostro costume letterario e morale. Fondò e
diresse varie riviste fra cui il “Leonardo” (1903) in collaborazione con
Prezzolini, che nel suo programma doveva essere lo strumento per una liberazione
interna che portasse ad una vita serena e profonda; “La Voce” (1908) sempre con
Prezzolini e Ardengo Sòffici; “Lacerba” (1913) con Sòffici e “Il Frontespizio”
(1929).

Nel 1935 Papini tenne la cattedra di letteratura italiana nell’Università di
Bologna; nel 1937 fu nominato accademico d’Italia.
La sua vasta produzione si divide in due tempi: l’anteriore alla conversione
(1920) e la posteriore. Quest’ultima ebbe inizio con la “Storia di Cristo” libro
tradotto in moltissime lingue, che manifesta una violenta polemica contro la
civiltà delle macchine e la tecnologia sfrenata. Le migliori pagine del Papini
sono però certamente quelle narrative e poetiche e tra le opere maggiori e più
indicative della sua complessa personalità vanno ricordate: “ Un uomo
finito”(1912) che è senz’altro il suo capolavoro, dove si esalta la bellezza
quale rivelazione di una vita profonda e serena; “Cento pagine di poesia in
prosa” (1915) e “Opera Prima” (1917) che testimoniano una profonda
trasformazione di uno spirito inquieto avviato verso la conversione al
Cattolicesimo; “Parole e sangue”, “Giorni di festa”, “Pane e Vino” (poesie),
“Gli operai della vigna”, “Dante vivo”, “Cielo e terra”, “Lettere agli uomini di
Celestino VI”, “Vita di Michelangelo”, “Il libro nero”, “Il diavolo”, “La spia
del mondo” e “Il muro dei gelsomini” (postumo).

Praticamente la vita letteraria di Giovanni Papini si svolse tra la
pubblicazione di “Un uomo finito” e quella di “Storia di Cristo”. La prima opera
rispecchia le sue ambizioni intellettuali, la sua rottura con gli ideali della
società contemporanea; la seconda è frutto della sua conversione al
Cattolicesimo, che non è, però, prova di sicurezza interiore, né impegno a
diffondere i valori religiosi alla luce della realtà storica, ma solo l’approdo
finale di una lunga vicenda di contraddizioni, coerenze e appuntamenti mancati.
Giovanni Papini morì a Firenze nel 1956 dopo aver vissuto una vita intensa, dopo
aver ricevuto la nomina di Accademico d’Italia durante il fascismo ed essere
stato al centro di una metamorfosi continua e di contraddizioni a volte
eclatanti.
Antonio Timoni