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02/2014
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id: 213
Rubrica: Angolo della fede
Redattore: Paolo

Titolo: Attraverso la morte

 

 

Prima della festa di Pasqua Gesù,

sapendo che era giunta la sua ora di 

passare da questo mondo al Padre,

dopo aver amato i suoi che erano nel 

mondo, li amò sino alla fine (Gv 13,1).

 

In questi giorni c'è un gran parlare della passione di Gesù grazie all'ultimo evento cinematografico: il film di Mel Gibson "The Passion". Non voglio entrare nel merito del film perché, non avendolo visto, rischierei di dispensare sentenze del tutto gratuite; certo è, comunque, che gli eventi della passione di Gesù non sono una novità per nessuno e tanto meno per i credenti. Da sempre la cristianità ha meditato sulla passione del suo Salvatore e ne ha fatto particolare  memoria nella giornata del Venerdì Santo (il venerdì prima di Pasqua) e comunque in tutti i venerdì dell'anno. 

Non vorrei soffermarmi sulla dinamica dei fatti, che credo non sia stata assolutamente "eccezionale" in quanto le esecuzioni capitali venivano comminate piuttosto spesso, ed in quanto Gesù per i dominatori romani non era altro che uno dei tanti esaltati che periodicamente agitavano i già agitati animi dei giudei. Inoltre, ricordiamoci, il condannato di turno era un certo Barabba e tutto era preparato per lui; solo all'ultimo momento ci fu lo scambio tra lui e Gesù. Quindi Gesù ha subìto gli stessi disumani trattamenti ed ha sofferto le stesse indicibili sofferenze che subiva e soffriva qualsiasi altro condannato di quell'epoca.

Voglio invece soffermarmi sul significato unico di tale Passione in quanto accettata volontariamente e sofferta dal Dio-fatto-Uomo, Gesù di Nazaret, l'Unto di Dio.

 

L'ora di Gesù  

 

La passione e la morte di Gesù sono un «gesto» che vale una vita, perché esprime nel modo più efficace il senso della sua esistenza terrena e tramanda nel modo più incisivo la memoria del suo amore.

L'intera vita passata a Nazaret, il battesimo al Giordano, le tentazioni, i miracoli, la cacciata dei demoni, la predicazione e la sofferenza umana alla quale volontariamente Gesù si assoggetta, tutto  è proteso verso questo compimento, che egli chiama la sua «ora»: l'ora di passare da questo mondo al Padre, l'ora di essere da lui glorificato, di morire per portare frutto.  

L'ora della croce è attesa da Gesù  come un altro battesimo, quello del sangue.

I quattro Vangeli danno largo spazio e ricchezza di particolari agli avvenimenti degli ultimi giorni: cena, arresto, processo, supplizio. Le prime comunità cristiane ritennero indispensabile per la nuova fede sottolineare insieme alla risurrezione di Gesù, il valore della sua morte dolorosa. L'apostolo Paolo non esiterà a predicare «Cristo crocifisso», anche se ciò suona «scandalo» e «stoltezza» per molti .

 

Incontro alla morte

 

Dal cenacolo, dove aveva celebrato la Pasqua ebraica insieme con i suoi discepoli, Gesù passa all'orto degli ulivi, dalla cena alla passione, dall'offerta di sé nel segno del pane e del vino, all'immolazione come vittima del sacrificio.

E’ preso dall'angoscia, la solitudine l'opprime. Anche i Dodici, perfino i tre più vicini, lo hanno lasciato solo in quest'ora.  All'amore di chi si dispone a dare la vita per loro, risponde il sonno pesante degli uomini. Occhi aggravati e spenti, vicino all'amico gravato del peso di una straziante agonia.

Gli apostoli che non riescono a pregare sono ancora «carne». Gesù obbediente al Padre fino alla morte, è «spirito» che riesce ad assoggettare la carne, a prezzo di una sofferenza indicibile.

 

L'ubbidienza di Gesù alla volontà del Padre nell'orto degli ulivi solleva una domanda riguardo alla sua morte: fu essa prevista da lui, o lo colse di sorpresa? Fu la conseguenza inevitabile della sua intransigenza verso il potere o anche l'offerta consapevole di sé per la redenzione degli uomini?

Gli evangelisti tre volte riportano le parole con le quali Gesù preannunziava la sua passione e morte a Gerusalemme. Egli va a Gerusalemme non per combattere e coprirsi di gloria, ma per restarvi vittima dell'odio e della gelosia dei potenti

Difatti sapeva bene che il suo comportamento gli attirava inimicizie pericolose. La minaccia di toglierlo di mezzo da parte di Erode, un re senza scrupoli, era una eventualità possibile. Il risentimento delle autorità religiose, come quando scaccia i mercanti dal tempio, doveva chiaramente dargli la sensazione che attorno a lui si tramava per ucciderlo.

Ma tutto ciò per Gesù rientrava nella visione della storia della salvezza: essa non poteva compiersi senza il sacrificio dei suoi annunziatori, i profeti: la storia della salvezza era stata una serie ininterrotta di martiri, giusti e profeti.

Gesù non poteva aspettarsi sorte diversa. Consapevole di ciò egli rivolge a Gerusalemme l'accusa di uccidere gli inviati di Dio e perfino «il Figlio»  con il quale egli chiaramente si identifica.

 

Ma l'atteggiamento di Gesù di fronte alla sua fine tragica non può essere confuso con il distacco sprezzante dalla vita. E’ uomo come tutti, che piange con angoscia e chiede aiuto agli amici perché veglino e preghino con lui; negli spasimi del supplizio Gesù soffre atrocemente nella carne e nello spirito, e sperimenta in tutto il suo essere il dolore e la solitudine dell'uomo.

Gesù è andato incontro alla morte con piena libertà e decisione, come ad un atto supremo di amore al Padre e agli uomini.

 

Per i peccati del mondo

 

Gesù ha previsto la sua morte tragica e l'ha affrontata. Ma ciò non toglie né diminuisce la responsabilità di coloro che l'hanno voluta. Gli evangelisti hanno documentato passo per passo l'avversione dei responsabili religiosi d'Israele verso Gesù. Il loro dissenso cresce e coinvolge anche la massa, fino a strappare all'autorità romana una condanna a morte.

Davanti al Sinedrio Gesù viene condannato in base alla sua esplicita dichiarazione d'essere «il Figlio dell'uomo seduto alla destra di Dio». Una affermazione del genere suona bestemmia per Caifa e per il Sinedrio, perché rappresenta un'attribuzione di prerogative divine. Agli occhi del popolo Gesù viene quindi accusato come bestemmiatore e falso profeta.

Ma al di là di questa motivazione ufficiale, doveva essere stato determinante l'atteggiamento provocatorio di Gesù che contestava il loro modo di gestire il potere religioso e la loro pretesa di porsi come guida assoluta della fede e della morale del popolo di Dio.

Per l'autorità romana invece, la sola che a Gerusalemme aveva competenza di condannare a morte, l'accusa di Messia, per i suoi risvolti politici, poteva avere un peso decisivo. Presso Pilato  Gesù viene denunziato perciò come agitatore politico, uno di quelli che periodicamente turbavano l'ordine stabilito in Giudea dalle legioni romane e guidavano le sommosse dei nazionalisti . Per questo tipo di nemici politici, e per gli schiavi, la legge di Roma prevedeva la condanna a morte con il supplizio della croce.

Per Pilato, che pure si rende conto della infondatezza delle accuse, contano considerazioni di carattere politico, poste in chiara evidenza dai vangeli nel racconto della passione di Gesù.

 

Ma la morte di Gesù non può essere compresa, se si cerca di motivarla con ragioni di puro ordine storico. I pochi che in varia misura sono stati responsabili della sua uccisione sono soltanto i rappresentanti del peccato più universale, profondamente radicato in ogni uomo, in ogni popolo e in tutte le epoche.

La fede del Nuovo Testamento vede nella morte di Gesù un atto salvifico di Dio e una donazione libera di Cristo: egli «morì per i nostri peccati», afferma l'apostolo Paolo. Cristo è morto dunque "a causa dei peccati di tutti gli uomini e per la loro salvezza".

 

«Ecco l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo»

 

La morte di Gesù "per i nostri peccati" non è semplicemente morte "a motivo" dei nostri peccati, ma è anche soprattutto morte "a vantaggio" di noi, che siamo peccatori. L'agnello immolato percosso a morte a causa dell'iniquità del popolo (come dice il profeta Isaia) è anche "l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo" (come dice l’evangelista Giovanni). Non solo sopporta il peso di quest'iniquità, ma prendendolo su di sé, libera da questo carico tremendo e fatale l'umanità. Il vangelo di Giovanni ha voluto esprimere tale convinzione accostando la figura di Gesù crocifisso a quella dell'agnello pasquale immolato a vespro, senza che gli sia spezzato alcun osso.

 

La risposta definitiva alla domanda non sarà data tanto dalla passione del Signore, quanto dalla sua risurrezione: allora si manifesterà come il suo assoggettarsi al peso del peccato non sia semplice eroismo tragico, ma sia l'atto di chi può caricarsi di quel peso senza esserne schiacciato, perché sostenuto dalla speranza di vincere la lotta contro le forze mortali scatenate dall'iniquità degli uomini.

 

La prospettiva di salvezza dischiusa dalla morte di Gesù appare ancora più esplicitamente nella sua preghiera in croce:

 

«Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno».

 

Questo è l'atteggiamento con il quale Gesù accetta e addirittura va incontro alla croce, che il peccato del mondo pone sulle sue spalle. La verità della sua speranza sarà rivelata dal gesto di Dio Padre che lo farà risorgere, perché nelle sue mani egli consegna il proprio spirito.

Non è il patire che Gesù ha cercato camminando incontro alla sua morte, ma l'obbedienza a Dio, la verità e l'amore per l'uomo. Se questa ricerca lo ha condotto al Calvario, non è in esso che egli riconosce il termine del suo cammino.

 

La Croce di Gesù

 

La croce per Gesù è soltanto il prezzo della fedeltà e dell'amore. La croce è il luogo in cui diventa possibile conciliare il giudizio e il perdono nei confronti dell'ingiustizia umana.

La croce di Gesù invita gli uomini innanzi tutto a spogliarsi della toga di giudici universali, ad essi non adatta. Invita gli uomini ad aprire gli occhi sul loro personale peccato, sulla loro personale complicità nei confronti dell'ingiustizia pubblica. Invita gli uomini a pentirsi dinanzi a Dio e quindi a perdonarsi reciprocamente.

La croce di Gesù insegna agli uomini che l'amore vero è quello che accetta di portare il peso della colpa altrui. Oltre tutto, è molto difficile distinguere la colpa altrui dalla nostra, e molti litigi nascono appunto da questa difficoltà. Non possiamo liberare l'umanità dal male solo trovando il colpevole; ma possiamo sempre farci solidali con coloro che dal male sono oppressi.

Mediante questa solidarietà, la sofferenza stessa diventerà un carico più leggero e la croce si trasformerà da strumento di tortura in strumento di riconciliazione e di libertà. Mentre al contrario il rifiuto della croce, dettato da paura o da orgoglio, perpetua inevitabilmente il contagio dell'egoismo, la lotta dell'uomo contro l'uomo.

La croce di Gesù non è soltanto modello da imitare. Essa ci restituisce la libertà, la speranza, il coraggio per percorrere il cammino che Cristo ha percorso. La croce di Gesù, se riconosciuta e creduta come mistero di salvezza, ci fa nuovi, ossia ci fa giusti della giustizia di Dio. Ma questa forza della croce viene a noi solo mediante la fede.  

 

Arrisentirci e buona Pasqua a tutti.

 

a cura di  Paolo

 

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