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La poesia dialettale di Cesare Pascarella |
Pillole di letteratura |
Antonio Timoni |
01/2007 |
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| Testo Articolo |

L’Italia attraversava un momento particolare, ancora alle prese con i popoli
invasori, quando iniziò ad affermarsi nelle varie regioni italiane il linguaggio
particolare delle persone umili, a volte definito volgare, che spaziava però su
svariati argomenti; il dialetto fu così un nuovo modo di esprimersi e in questo
periodo si segnalarono poeti di notevole levatura quali Cesare Pascarella,
Salvatore Di Giacomo, Carlo Alberto Salustri (Trilussa), Giuseppe Gioacchino
Belli, Carlo Porta e Renato Fucini che scelsero proprio il loro dialetto,
romanesco, napoletano, toscano o milanese che fosse, per raccontare la vita
popolare e le imprese del tempo.

CESARE PASCARELLA. Nacque a Roma il 28 aprile 1858 da Pasquale Pascarella di
origini ciociare e da Teresa Bosisio, piemontese; morì sempre a Roma l’8 maggio
1940 nella sua casa di piazza del Popolo, in assoluta solitudine. Cesare
Pascarella, sicuramente di carattere piuttosto vivace, fu mandato da piccolo in
seminario a Frascati, dove però fuggì il 20 settembre 1870, proprio nel momento
che i Bersaglieri giungevano a Roma. Lo scrittore fu afflitto da sordità e
condusse per molti anni una vita solitaria; tra i suoi amici più cari Giosué
Carducci e Gabriele D’Annunzio. Frequentò la scuola dell’Apollinaire e
l’Accademia delle Belle Arti e seguì all’inizio quella che era la sua vera
passione, la pittura; fu infatti prima pittore che letterato, ritraendo con una
comicità intelligente il mondo degli animali, tanto da essere definito il
pittore degli “asinelli”. Pascarella in gioventù viaggiò molto come
corrispondente di vari giornali e nel 1885 partì addirittura per l’India,
lasciando sulla porta del suo studio un biglietto che diceva pressappoco così:
“vado un momento in India e torno subito”. Poeta in dialetto romanesco, acquistò
fama con “Villa Gloria”(1886), venticinque sonetti sull’impresa eroica ma
sfortunata dei fratelli Cairoli e con “La Scoperta dell’America”(1893),
cinquanta sonetti sull’impresa di Cristoforo Colombo raccontata da un popolano;
i suoi scritti esaltarono e commossero personaggi di notevole importanza come
Luigi Pirandello, Giuseppe Verdi e Giosué Carducci. Di maggiore impegno è
“Storia nostra”, un’opera rimasta purtroppo incompiuta, che tratta la storia
d’Italia dalla fondazione di Roma fino al 1870 e pubblicata soltanto dopo la sua
morte. Nel 1930 Pascarella fu anche chiamato a far parte dell’Accademia d’Italia
fondata nel 1929 da Benito Mussolini. Molto giovane, seguendo i modi del Belli,
Pascarella aveva composto “Er morto de campagna”, cinque sonetti riguardanti la
ricerca di un morto, che poi si rivela ammazzato, nella desolata campagna romana
e l’anno dopo “La serenata”, dove anche qui come nella precedente opera, è uno
dei protagonisti a raccontare la storia di una serenata finita tragicamente, in
un’atmosfera notturna quasi come presagio di tragedia; fu anche autore di prose
colorite come “Viaggio in Ciociaria”.
Pascarella trattò con estremo gusto e un’acuta ironia, argomenti sulla vita
popolare e soprattutto proponendoci
grandi imprese viste con gli occhi della gente e contribuì con un sorriso a far
ragionare le persone più con il cuore che con il cervello; l’uso semplificato
del dialetto (da qui il successo anche nelle città del nord) lo pose
all’attenzione dei letterati di quel periodo. Qui di seguito ho voluto riportare
un suo sonetto per meglio far capire la fusione delle parole con le immagini, in
cui Pascarella fu maestro:
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‘ Na predica de mamma
L’amichi? Te spalancheno le braccia
Fin che nun hai bisogno e fin che ci hai;
Ma si, Dio scampi, te ritrovi in guai.
Tu sei giovene ancora, e ‘sta vitaccia
Nu’ la conoschi; ma quanno sarai
Più granne, allora te n’accorgerai
Si a ‘sto monno c’è fonno o c’è mollaccia. (cioè se il fondo è duro o
fangoso)
No, fio mio bello, no, nun so’ scemenze
Quer che te dice mamma, ‘sti pensieri
Tiètteli scritti qui, che so’ sentenze;
Che ar monno, a ‘sta Fajola d’assassini, ( Fajola, è un bosco che sembra
fosse un ritrovo di briganti)
Lo voi sapé chi so’ l’amichi veri ?
Lo voi sapé chi so’? So li quatrini.
CESARE PASCARELLA
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